Estratto da:
a M
e al contempo per una dimenticanza
che copre la ferita allo spazio
che nominando non saprà abitare
Buio piombato in stanza, Mistero, sei
buio fresco appena munto dalle pareti
e versato in stanza come in un secchio
fiorito dal cucchiaio di una goccia d’oscuro
spremuto a miele sul pavimento
buio come quando il sole nella retina marcia
buio come quando ti muoiono i nervi
e per dirlo ti escono le parole dalla pancia.
Pienissima di visi e seni, Mistero, sei
mappa cuspide a transumanze taciute
occhi garofano persi in calce alla notte
sinodo di melodrammi alle porte del mattino
traccia di equivalenze in pancia a un segreto.
Profondissima di bocche e reni, Mistero, sei
e mi pare di leggerti tra i titoli di coda
come si può di una stella fra le anse della sera
portata in città da un minareto di navi armate
come si può un mattino portato in spalla
al cammello da un nugolo di fanatici.
Lontanissima di nei e vene, Mistero, sei
e quanta violenza c’è nella tua gloria
Mistero, te ne accorgi, lo sai?
Altra altrissima cosa, Mistero, sei
quando ti sciogli di luce i capelli
e a me viene l’ecauristia agli occhi
Altra altrissima cosa, Mistero, sei
quando ti rarefai in riso i nervi
Mistero: quando intuisco che stai per venire
il mio respiro comincia un odore di morte
come quello di una vacca quando si avvia al macello
e tenta un’indemonio di scalci e zoccoli
sgranando dagli occhi una selvaggina di luce
nella foggia primitiva e crudele che altera
le linee del cretto che la vita indossa come maschera.
Male assoluto, piccolissimo male, Mistero, sei
che in arcano muti la cosa normale
in anca focaia i tuoi dinieghi
Mistero, conoscere vorrei il tuorlo dei secoli
racchiusi in millennio ai tuoi momenti.
Inizio del dolore, fine ultima dell’amore, Mistero, sei
i piedi in arco all’idea di dove
perdere tutto, subendo, mancare
è sentirsi finendo, morire, addìarsi.
Inizio di una cosa che finisce, Mistero, sei
inizio alla fine che iniziando
inizia la cosa che già inizia a finire
e se a finire è la cosa che c’è nell’amore
allora l’inizio della sua fine
con tutto l’abisso al suo precipizio
con tutto il volo di vuoto in cuore
è la cosa più bella che mi fa male
è la cosa più bella che muore.
La cosa non detta che dici di dire, Mistero, sei
La cosa che non so che stai per dire, Mistero, sei
e la cosa che so che forse non dici
Tu sei il genio, la creta d’ombre, Mistero
tu sei, Mistero, in ogni nome che so
e stata sempre, nel poi di quel che ho
lo sbraccio invisto di un fendente
il resto d’un miracolo attorcigliato alla realtà
l’indugio di predire l’avvenire
con cui la verità mistifica il presente.
Ora che non mi dirai più il tuo fai, Mistero, sei
se anche prima, quando avresti potuto
nulla dicevi, se non qualche hai ogni tanto?
Ora che di te niente avrò detto da te, Mistero
di più forse ne saprò, sapendone di meno
sarà ciò che non saprò finalmente
e se quello che avrei potuto ascoltare
Sfrontato denso mareggio di carni, Mistero, sei
inghiaiata evirazione di obliqui sguardi
smisurata furia, goffo orlo, tagliente:
recidi la riva ai miei occhi e ardi.
Immenso delta oceanico di seni, Mistero, sei
liscio come la schiena infinita di una ciottolaia
impossibile da contenersi in un solo sguardo
smarginato per ogni lato, galattico
sfiatato di luce, indomato: ardo.
Amarti come un mondo, Mistero,
una lunga notte di logiche rigorose
che porta ogni mio istante al ciglio
dell’abisso e l’abisso al ciglio
dell’estasi e l’estasi al ciglio
della statua e la statua al ciglio
di un fantasma e il fantasma al ciglio
dell’irreale e l’irreale al ciglio
del futuro e il futuro all’idea
Mistero, vorrei, davvero, scomparire
Non so più come riconoscere le cose, Mistero
l’oggetto dal gesto, il luogo dal ricordo
io ti vedo come fossi un’ala d’universo
e in ogni cosa che vedo sei te che vedo
e questo accade perché sei il principio
che regge la coda allo strale del verso
l’icona rovente in arteria al mio credo.
Amarti è origliarti dall’uscio di un archetipo:
La tutta tanta, la troppo tutta, Mistero, sei
opulenta abiezione, invocata miseria
che mi porti ad amare più di me stesso
la perversa natura del viceversa
che trascini al primo strato del venire
che vomeri il non ancora avvenuto
con l’arpione del già capitato
nell’ormai di ciò che ancora deve accadere.
Avido baratro, candido arcano, Mistero, sei
che non ti posso e mai intera potrò sapere.
Tu sei, Mistero, l’invisto di ciò che si vede:
la parte meno lucescente di ciò che appare
ma la parte più radicale del provare
il vero senso di ciò a cui si crede.
Dormirti vicino, Mistero, è fiancheggiare un rogo
sentirsi avvolti da una vampa di “mai saprò”
sentirsi i fianchi fiammeggiare dal pogo
di arcani che volteggiano come ali di un falò.
Dormirti vicino, Mistero, è l’ustione di cui mi drogo
e in cui affogo ogni vacua verità che so.
Ovunque tu sia ora, Mistero, resti
come un ganglio, in qualche modo
fra le funi di piombo della mia voce
l’inscioglibile, l’insolvibile nodo
che lega stretto il buio alla luce.
Ovunque tu sia ora, Mistero, resti
e il tuo grandore per me, Mistero
resta l’assoluto con cui il falso
si consegna in viceversa al vero.
Chiamami, Mistero, ancora a te
porta la lingua nella mia bocca
dissecca l’angelo della mia colpa
taglia la lingua dalla mia bocca.
Avvocami, Mistero, ancora a te
vomita il fiato nella mia bocca
prosciuga l’angelo della mia colpa
allontana la voce dalla mia bocca.
Parlami, Mistero, ancora una volta
togli la norma dalla mia bocca
sgrammatica l’angelo della mia colpa
sloggia il codice dalla mia bocca.
Reclamami, Mistero, ancora a te
dona un altro idioma alla mia bocca
incendia l’angelo della mia colpa
scaccia la grammatica dalla mia bocca.
mi chiedo chi sei e ti chiedo?
avvenga attraverso l’involucro
di fiato che ha in seme il suono
cosa, fra le fibre della vita, tu sia?
che ha in sé già tutto il torto
dal centro di cerchio del presente
che il passato possieda la forma di una freccia
e che questa freccia si esprimi nello spazio
andando verso ora, ma partendo da prima
sia una maniera che abbiamo di guardare
e che la grazia sia in realtà la freccia
ogni cosa passata che è presente.
dal suono di pieno della tua faretra che mi arriva da lontano
che l’altra sera al Tennesee tu abbia preferito il Pernambucano
saranno state le quattro di notte
quando l’ho saputo, quando lo hai annunciato
e verso le tre il Rio delle Amazzoni
nel tuo mare si era già infiumato.
Appare evidente, ripeto, evidente
che proprio questa notte nulla di ieri
il bersaglio ovale del tessuto verbale
che ancora mi risuona nel sangue auricolare
e che s’arresta ogni volta che entrando in cuore ci rimane.
Appare evidente, dico, evidente
che il passato sia l’informazione che la vita
rilascia alla questura del cuore
per mandare bevuto il presente, appare evidente
che il passato esista a solo danno del presente
appare evidente che il passato
sia un criminale divenuto confidente.
che il presente diventi passato
nel momento stesso in cui viene raccontato
che il passato diventi presente
nell’esatto istante in cui lo si ascolta
se prima non se ne sapeva niente.
che le quattro di notte non sia l’istante migliore
per ricevere una freccia di passato nel bersaglio del presente
per sentirsi cadere nel subbuglio del cielo
per morire trafitto dall’amore
sia una maniera che abbiamo di guardare
e che la grazia sia in realtà la freccia
ogni cosa passata che è presente.
Appare evidente, ripeto, evidente
che proprio questa notte nulla di ieri
il bersaglio ovale del tessuto verbale
che ancora mi risuona nel sangue auricolare
e che s’arresta ogni volta che entrando in cuore ci rimane.
Appare evidente, in definitiva
che la vita non sia il presente migliore.
Appare evidente che il tuo arco
abbia avuto tutta l’intenzione
di scoccare la sua freccia celeste
Progetto grafico e copertina Michele Zaffarano
Tipografia Print on Web (Isola del Liri, FR)
Data di pubblicazione Aprile 2025
